39. Potenza morale

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DINA TORTOROLI

Un’esperienza davvero elettrizzante imbattermi in un testo critico il cui autore – il professor Luigi Weber – riconosce straordinarie prerogative di “capolavoro” al Saggio sulla Rivoluzione francese del 1789.

Ma, alla fine della lettura – come sempre – ecco l’amarezza (per non dire lo sconforto) per ciò che anche in questo articolo non viene detto, per le domande che anche questo studioso evita di esplicitare.

Eppure, sulla scena compaiono due opere attribuite al Manzoni, mentre l’autore implicito della prima dimostra di avere una “fisionomia personale”, un’ “identità” che a Manzoni non appartiene nella maniera più assoluta.

Del Saggio sulla Rivoluzione francese, senza alcun dubbio, si può affermare col Weber che è  un testo al quale in realtà non occorre una sola parola di più, e che è opera di  un  raffinato costituzionalista, il quale, pensoso della condizione dell’uomo, vi espone i fatti causali della Rivoluzione francese del 1789, considerati dal solo lato del diritto, con l’intendimento di indurre  a riflettere sulla necessità di volere distinguere il diritto dal torto, con uno strenuo sforzo di onestà intellettuale, di responsabilità e di chiarezza interiore.

Potremmo aggiungere che all’autore sta a cuore indurre il lettore a interrogarsi sulle conseguenze dei propri gesti, avendo ben presente quanto sia insidioso l’errore di credere bene il male e possa essere incombente la tendenza a operare sugli altri (temi di fondo dell’altra più vasta opera saggistica, Fermo e Lucia, in cui, per esempio, sono elencati i nobili motivi che inducono Padre Cristoforo ad  affrontare Don  Rodrigo, ma si evidenzia che «dietro a tutti [i suoi] buoni motivi ve n’era un altro che dava un gran peso a tutti questi, e che quantunque agisse  così potentemente non era distintamente avvertito da lui. Il Padre Cristoforo era portato a cogliere con premura una occasione di trovarsi a fronte d’un soperchiatore, di resistergli se non altro con esortazioni, di confonderlo, e di provargli ch’egli aveva il torto, e di combatterlo e di vincerlo come che fosse». E si analizza a fondo il comportamento di Donna Prassede, evidenziando «la sua voglia di dominare, di operare sugli altri, che anche ai suoi occhi proprj  prendeva la maschera di carità disinteressata», «perché, a dire il vero, questa smania di dominio non nasceva in lei da alcuna vista interessata; era puro desiderio del bene; ma il bene ella lo intendeva a suo modo, lo discerneva istantaneamente in qualunque alternativa, in qualunque complicazione di casi le si fosse affacciata da esaminare»*).

Della secondo opera, invece, abbiamo testé saputo che dal 1862-63 al 1871 venne faticosamente e a più riprese messa insieme dal Manzoni, a furia di macinare le preesistenti argomentazioni del giurisperito, per fornire almeno un abstract della Rivoluzione italiana del 1859: “osservazioni comparative” rilevate col metodo negativo altrimenti noto come via negationis.

In situazioni di necessità, persino la scienza ufficiale  legittima la formulazione di ipotesi azzardate, quindi invita a “rispondere inventivamente al problema”, cioè a “cercare di pensare l’assente possibile”.

Già trent’anni fa, ammettevo di avere adottato istintivamente questo “stratagemma tecnico”, e ancora oggi mi sembra  inevitabile immaginare l’esistenza di due autori.

L’esistenza di due “persone” ben distinte diventa incontestabile, quando poi Manzoni ci mette del suo.

Sempre nella puntata precedente, abbiamo sentito l’amico Rossari riferire a Stefano Stampa (nella lettera del 9 luglio 1869, citata dal professor Luca Danzi) che aveva trovato Manzoni  “tutto allegro” perché era riuscito a escogitare una formula che gli serviva ad abbreviare molto l’esposizione dell’argomento; a detta del Rossari, «una di quelle sue frasi così felicemente compendiose e comprensive a un tempo, che dichiarano e spicciano insieme la materia».

Sono frasi davvero sorprendenti, ed è indubbio che riescano a “spicciare” la materia.

Ascoltiamo:

«Nella seconda parte, in cui si tratterà della Rivoluzione italiana, il nostro assunto sarà molto più facile, come la cosa è molto più semplice, e riguardo ai motivi, e riguardo agli effetti. Su questi non c’è nemmeno materia di discussione; e basta l’aver già accennato che non avvennero. E in quanto ai motivi, non s’avrà a far altro che rammentare e descrivere rapidamente delle cose e antiche e recenti, e note quanto incontrastate; giacchè questi motivi sono tutti compresi in una storia perpetua di strazi e di vergogne a cui l’Italia era soggetta. E che la causa permanente d’una così iniqua e dolorosa condizione, fosse la divisione di essa in più Stati, la dimostrazione ne uscirà da sé dalla storia medesima, per quanto sommaria. E di qui l’evidente e sacrosanto diritto di levar di mezzo quella divisione e, per conseguenza i vari governi, ne’ quali era attuata. Sicchè, per giustificare la loro distruzione, non ci sarà bisogno, né di rifrugar le loro origini, né d’esaminare il come esercitassero sulle popolazioni il loro assoluto dominio.  La giustizia richiederebbe che, in questo particolare, si facessero di gran distinzioni di tempi, di luoghi, di persone; ma la causa non ne richiede veruna»… «Era riservato dalla divina Provvidenza (il corsivo è mio) ai nostri giorni il raro incontro di… due ugualmente indispensabili mezzi. Da una parte,  un antico, e tanto più vivido germe di vita italiana in una provincia, in un re, in un esercito; per mezzo del quale l’Italia potè prendere addirittura nell’impresa un nobilee posto, e dare il nome a qualche illustre giornata…  Dall’altra parte, un potente sovrano straniero che… comprese che sarebbe provvedere al bene della Francia stessa, come era suo primo e sacro dovere, il dar mano a chiudere alle potenze europee questo infelice campo di battaglia, dove la Francia stessa era stata bensì spesso vittoriosa; ma da dove, alla fine, era dovuta uscir quasi sempre, se mi si passa un’espressione famigliare ma calzante, col capo rotto, principiando da Carlo VIII, fino, che è tutto dire, a Napoleone I»**.

A me vengono in mente le parole del letterato corcirese Mario Pieri (che nel 1827, a Firenze, conobbe “la prima volta a casa Viesseux, e poscia frequentò nella locanda delle Quattro Nazioni, Lungarno, il Signor Alessandro Manzoni”): «mi vennero udite in bocca sua tante e sì strane sentenze da trasecolare…».

Anche noi lettori abbiamo motivo, oggi, di restare allibiti, constatando che al Manzoni il rifrugar degli storici proprio non piace, e neanche ama le gran distinzioni di tempi, di luoghi, di persone.

La sua narrazione (qualora l’avesse davvero messa in carta) sarebbe stata sommaria!

Convinto di dover narrare una storia semplice, avrebbe ricostruite rapidamente sia  le cose antiche sia  le recenti.

Forse era riservato dalla divina Provvidenza che non riuscisse a farlo.

Altrimenti, chissà quale sgomento e quanto sdegno e dispiacere avrebbe suscitato in chi aspettava con ansietà la parola del suo illustre poeta.

Sto pensando  al letterato, giornalista e patriota Carlo Tenca, e alle sue accorate recensioni  dei testi manzoniani  Dialogo sull’invenzione, Del romanzo storico,  Sulla lingua italiana, pubblicate sulla rivista Il Crepuscolo (di cui Tenca era fondatore e direttore), nel novembre del 1850 e nel gennaio 1851***.

Sono interessantissime pagine appassionate, che meritano davvero di essere conosciute integralmente e seriamente meditate (quindi sarà bene trascriverle in appendice alla ricerca), ma per ora devo accontentarmi di riferire alcuni dei brani che attestano un comportamento del Manzoni strano a un punto tale da  prescrivere  di indagare:

«Vi sono quistioni che stanno ad ogni momento dinanzi al pensiero de’ nostri compatrioti, quistioni vive, ardenti e seminate di dubbii angosciosi… Noi siam costretti a confessarlo, quando ci apparvero innanzi nuovi scritti di Manzoni, il nostro pensiero corse senza volerlo a queste incertezze, a queste quistioni, e prima di tutto vi cercammo alcuna parola la quale confortasse, e rispondesse agli intelletti assorti in questo faticoso assunto… Non è permesso amare il proprio paese in silenzio, quando si ha nell’anima una parola da dirgli: non è permesso di guardare al cielo e al mare procelloso colle braccia incrociate, quando tutti i naviganti hanno messo mano ai remi. Questa volontaria  solitudine dell’uomo non è più possibile a concepirsi nel momento in cui tutto d’intorno gli comanda l’operosità e la compartecipazione all’esistenza collettiva. Il Dialogo sull’invenzione è la sola tra le nuove scritture venute in luce, la quale abbandoni il campo delle dispute puramente letterarie, e si affacci alle ardue speculazioni della filosofia e della storia… Noi avevamo cominciato a leggere con una certa trepidazione di speranza: avevamo sospettato quasi che dopo il lungo silenzio la patria avrebbe potuto ottenere una parola dal suo poeta. Noi, e con noi forse altri molti, fummo delusi nella nostra aspettazione. Pervenuti alla fine della nostra lettura, noi dubitiamo tuttavia se questo silenzio sia frutto di dottrina, la quale gli spiri disdegno della tumultuosa vita esteriore e lo concentri nel mistico quietismo della religiosa inspirazione, ovvero sia frutto di pensiero pudibondo degli avvenimenti,  e che aspetta sorti migliori».

«Una controversia, che affaticò per tanti anni la penna degli scrittori, e che la stanchezza ed il silenzio parevano aver risoluto per sempre, s’affaccia ora di nuovo all’arringo letterario, quasi a rievocare i giudizii e a rimettersi definitivamente alla sentenza della posterità. L’illustre poeta, che, durante la disputa sul romanzo storico, era rimasto in disparte, pago d’una vittoria ottenuta nel consenso spontaneo de’ suoi lettori, riprende egli stesso la quistione, e viene a dirci la sua ultima parola su quella forma d’arte così lungamente combattuta, e pur così accetta e popolare… Il discorso pubblicato dal Manzoni intorno al romanzo storico… ci reca le estreme convinzioni dell’illustre romanziero su quella forma cui deve la principale sua gloria… Da qualche tempo noi seguiamo trepidando il lavoro di questo mente elevata, che si raccoglie e si ripiega in sé medesima in traccia di spiegazioni che la riconciliino col suo passato. Poeta sublime e ardito novatore finché l’entusiasmo vince in lui le dubbiezze d’un senso critico acutissimo, si direbbe che un’inquietudine profonda gli scemi confidenza nei suoi trionfi, e quasi lo renda pentito della sua stessa gloria (il corsivo è mio). L’abitudine dell’analisi, che risorge più forte in lui dopo gli slanci della fantasia creatrice, lo conduce facilmente per un sentiero di scrupoli, di obbiezioni, di sottigliezze, quasi diremmo di puntigli, a rimettere in quistione quegli stessi problemi che la sua intelligenza istintivamente ha risolto. Insoddisfatto di sé, agitato da quella terribile incertezza che talora persegue gli spiriti più eminenti, egli s’affatica a trovar la ragione d’ogni suo concetto, ad acquietare il tormento d’una coscienza sottile e inesorabile, che non gli permette di riposare sulle sue convinzioni (corsivo mio).  Le correzioni da lui fatte al suo romanzo palesavano già da qualche anno il segreto di quella mente condotta a ritornare sopra di sé, a ondeggiare, a disdirsi quasi di quelle idee che avevano ispirato i modi così schietti (miei il corsivo e la sottolineatura) e così italiani del suo stile. Né quasi bastasse quel dubbio che lo traeva a ristringere la lingua italiana alle voci del dialetto fiorentino, ecco che un nuovo dubbio lo richiama alla forma stessa del romanzo, e lo induce a rinnegare il fatto della sua opera, e a dichiarare impossibile il connubio della storia coll’invenzione. Leggendo quest’ultimo discorso del Manzoni, seguendo in esso quella sua logica arguta, stringente, vigorosa, che non dà tregua alla persuasione, che non le concede ribellarsi, anche quando si trova riluttante e indecisa, noi siamo presi da una certa meraviglia mista di sgomento, e proviamo una pena come al sentirci turbati da una voce autorevole nel più profondo delle nostre credenze… Non esponiamo che dubbii; e non vorremmo aggiunger cavilli ad una questione già tanto perduta in un vano conflitto di parole. Ma ci pare che il Manzoni si compiaccia quasi nelle minute sottigliezze del sofisma, e vi si aggiri per entro, analizzando, rivoltando, per così dire il pensiero, colle ingegnose risorse d’una logica penetrante e litigiosa… Onde mai il poeta, che indovinò così bene la potenza morale del romanzo (il corsivo è mio), fu condotto a confondere il fine di questo con quello della storia? Come è venuto a credere che il romanzo storico non miri che all’efficacia d’una rappresentazione storica? Certo, se il romanzo non avesse che ad erudirci nella realtà dei fatti compiuti, dovrebbe andar bandita la finzione che ne riempie le lacune, e li abbellisce e li rianima d’un soffio più vitale. Ma la storia non è che la materia, l’involucro in cui si svolge il pensiero del poeta…

Non seguiamo il Manzoni in tutte le argomentazioni del suo discorso; e forse sarebbe impossibile tener dietro a quella sua dialettica così agile, così piena di piccole scappatoie e di sottili accorgimenti. Ma non sappiamo comprendere come lo splendore del sofisma  abbia potuto abbagliare quella mente elevata fino a presentargli il romanzo storico confuso in una medesima veste con la storia, e destituito d’ogni carattere di creazione poetica, non sappiamo immaginare come a lui, poeta eminente, che animò la storia di tanta vita morale, sia parso il romanzo assurdo perché non rappresenti i fatti al pari della tragedia, ma li narri al pari della storia. Invero non avremmo pensato che fosse d’uopo ricordare all’illustre romanziero la rappresentazione così viva, così palpitante, così compiuta del suo racconto».

Il mio corsivo e la mia sottolineatura vogliono ribadire la mia impossibilità, ormai, di rassegnarmi alla damnatio memoriae dell’Imbonati, scandalosa non meno della condamnation sommaire  rappresentata nell’Ancien Régime dalle lettres de cachet.

Luigi Tenca, formulando dubbi, rischiava di essere tacciato di  “irriverenza verso la fama dell’insigne scrittore”, ma ormai, si possono avvalorare le proprie impressioni, ricorrendo a una folta schiera di “indagatori sperimentali della natura umana”.

Oggi, la Personologia è una scienza accreditata.

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*Tutte le opere di Alessandro Manzoni / A cura di Alberto Chiari e Fausto Ghisalberti, Volume Secondo, Tomo Terzo, Fermo e Lucia /Prima composizione del 1821-1823, Arnoldo Mondadori, 1954, pp. 77, 500, 502.

**Edizione Nazionale ed Europea delle Opere di Alessandro Manzoni, vol. 15, pp. 230 e 233-34.

***Giornalismo e Letteratura nell’Ottocento / Carlo Tenca / A cura di Gianni Scalia, Cappelli, Bologna, 1959, Opere inedite di Alessandro Manzoni / Dialogo sull’invenzione – Del romano storico – Sulla lingua italiana, pp. 157, 161, 162-63, 166, 169.